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Crescenzo Di Maio

Nell'ambito del teatro napoletano abbiamo più volte incontrato intere generazioni che hanno sacrificato la loro vita per il teatro; illustri famiglie che si sono tramandate l'amore per questa meravigliosa arte. Queste nobili famiglie hanno onorato il teatro napoletano ed il loro apporto, sia nel campo della drammaturgia, che in quello della recitazione,é stato sempre determinante. Giova ricordare, a tal uopo, la numerosissima famiglia Cammarano, ricca di attori, scrittori, poeti, musici e pittori, la famiglia Petito, da Salvatore ad Antonio e fino a Davide, Vincenzo e Costantino e, ancora, la famiglia Di Napoli, quella di Scarpetta, di Viviani ed in ultimo quella dei De Filippo. Tra queste illustri famiglie s'inserisce con giustificata timidezza, ma a giusto diritto, sia per i suoi trascorsi artistici nel campo della recitazione che per l'importante contributo dato alla drammaturgia partenopea, un'altra famiglia che, nell'arco degli anni che vanno dal 1870 a tutt'oggi, ha inciso il proprio nome nella storia del teatro partenopeo: la famiglia dei Di Maio. Il capostipite di questa famiglia fu Crescenzo Di Maio, nato nel marzo del 1845 da Gaspare, commissario di Pubblica sicurezza di stanza a Palermo. Destinato dalla volontà paterna alla carriera militare, ben presto divenne ufficiale della marina militare, ma l'incontro con un'attrice lo strappò dalla nave sulla quale era imbarcato e lo trascinò nel turbinoso ed affascinante mondo del teatro. Abbandonata in tal modo la vita militare, si aprirono per lui altre porte ben più interessanti, che lo coinvolsero a tal punto che, nel 1879, divenne capocomico della Pezzana e di Eleonora Duse, sia per la bravura dimostrata, sia per le sue doti naturali. Nel 1882, insieme al collega Eduardo Boutet, Crescenzo operò un primo tentativo atto a dare alla città di Napoli un teatro diverso, che si discostasse dai francesismi scarpettiani e che più si avvicinasse ai costumi partenopei. Infatti Crescenzo riunì al teatro Rossini diversi attori e chiese la collaborazione agli autori di quella corrente culturale e teatrale. Ma l'aiuto chiesto a Cucciniello, Villani, D'Auria e Achille Torelli, non venne mai. Tutto rimase a livello di promesse. Quei pochi risultati ai quali si era pervenuti non incoraggiarono l'impresa, anzi fecero sì che questa abortisse anzitempo. Ragion per cui, vuoi per mancanza di un valido repertorio, vuoi per la latitanza di autori, questo tentativo rimase solo a livello di idee e buone intenzioni, ed il nostro Crescenzo si vide costretto a rimandare a tempi migliori il suo ambito progetto . Attore sobrio e dai caratteri umani, fu anche un valente ed apprezzato commediografo. Scrisse lavori come: Vicchiarella, Il calzolaio della Pignasecca, Napoli mia, L'ammaliatrice, La bella Giovanna, Milione della monaca, Padre Rocco, Senza scola e Tenebra e amore. Fu proprio con quest'ultima opera che Crescenzo Di Maio diede vita nel 1886 al teatro San Ferdinando ad un nuovo ciclo di rappresentazioni, che vedeva impegnata la compagnia Città di Napoli di Federico Stella e Michele Bozzo, con Emilia Ferruzzi, Silvia Cutrinelli, Giuseppe Pironi e Antonio Allegretti. Per più di 15 anni Crescenzo scrisse e recitò per la compagnia Stella al teatro san Ferdinando, sotto la sapiente guida di Luigi Bartolomeo. Dopo di che alternò la sua attività, oltre che al teatro di Pontenuovo, anche al Rossini, al Politeama ed all'Umberto. Fu proprio al teatro Umberto che il Di Maio nel 1902, per smentire l'affermazione del poeta Salvatore Di Giacomo, il quale constatava la miseria del teatro napoletano ridotto solo a due repertori: quello di Stella e quello di Scarpetta, mise la parola fine a quella sterile polemica, tentando di superare a pié pari l'esistente dualismo tra il teatro truculento di Don Federico e quello pochadistico di don Eduardo. Riunì intorno a sé attori quali Concetta Arola, Enrico Altieri, Gennaro Di Napoli, sua figlia Marietta Del Giudice, Marietta Giraud, Giuseppe Pironi ed il giovanissimo Luigi Galloro. Il teatro Umberto aveva un pubblico formato per lo più da operai, impiegati ed artigiani, che oramai sorridevano per i fatti di sangue narrati dallo Stella ed erano insensibili ai francesismi napoletanizzati di Scarpetta. Il repertorio della compagnia del Di Maio consisteva in lavori di Murolo, Torelli, Bovio e da lavori suoi e del figlio Gaspare. Ma anche questo secondo tentativo, così come per il primo, pur avendo vita più lunga, non ebbe molta fortuna e nonostante gli sforzi di Crescenzo, del figlio Gaspare, di Bovio e degli altri, il tutto dovette essere rimandato a tempi migliori. Crescenzo fece ritorno alla compagnia del San Ferdinando trascinando seco anche Gaspare. E furono i figlioli di Crescenzo, Gaspare ed Oscar a continuare il lavoro del padre oramai vecchio e stanco.

 

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