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Il Banco di Napoli discende dalla Casa Santa dell'Annunziata, nata nel 1463. Non si pretende in questa sede di tracciarne la storia completa, ma solo darne una informazione soft, per eventuali approfondimenti consigliamo "Banco di Napoli 450 anni", a cura del Banco di Napoli.
La Casa Santa dell'Annunziata, fu fondata nel 1463 dai Francescani e poi verso il 1539 si evolse, anche per opera di Aurelio Paparo e Leonardo di Palma ed altri soci, Sacro Monte della Pietà. A quell'epoca, siamo nel 500, a Napoli non mancavano di certo banche e banchieri, ma erano soprattutto "stranieri", come i Ravaschieri e i Doria (entrambi genovesi). Questi erano banchi privati, quindi soggetti a crack e fallimenti, anche grazie all'opera requisitoria dei vari governi, memorabile fu il crack dei Ravaschieri. Si rese, quindi necessario un ricorso ai banchi pubblici, fondati e/o retti da enti morali o luoghi pii. Nacque, così, il Sacro Monte prima con funzioni di banca di pegno e poi, nel 1573, a cassa depositi, depositi che erano attestati da una Fede di Credito. Inizialmente la fede di credito aveva una funzione molto vicina alla quietanza, ma più tardi prese i connotati della ricevuta di deposito. I depositi sotto i dieci ducati erano detti polizzini, quelli superiori "Fedi" che, grazie anche alle girate, presero a circolare e molto spesso sostituivano la moneta. All'inizio dell'800 la fede venne addirittura equiparata alla moneta contante ed ebbe corso legale, fino al 30 aprile del 1874 quando una legge stabilì, una volta e per sempre, il carattere fiduciario della fede, e tale è tutt'oggi. Il 1700 rappresentò per il banco un anno contraddittorio, fatto da un'esorbitante crescita di depositi che vennero impiegati in finanziamenti, per lo più ai nobili e molto spesso gratuitamente e/o senza garanzie. Per cui si arrivò, nel 1794 ad una circolazione di fedi per 27 milioni di ducati a fronte di soli 4 milioni di depositi. La spallata definitiva la dettero due avvenimenti, primo la guerra contro la Francia di Napoleone e secondo la fuga di Ferdinando IV a Palermo il quale portò con se tutti i liquidi del banco. Risultato fu che le fedi si svalutarono del 70 %. Ma i governi di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, tesi al risanamento delle finanze, portarono una boccata d'ossigeno all'economia e quindi al Banco che ritornò agli antichi fasti, mantenendosi sempre su livelli accettabili, anche quando ritornarono i Borbone e fino al 1861 ed all'unità. Dopo l'unificazione nacque la, così detta "questione meridionale". Tra i primi a dare l'avvio all'indagine storica sul problema economico del Mezzogiorno fu Francesco Saverio Nitti con la sua inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e della spesa pubblica in Italia dal 1862 al 1896-97 , poi seguita da quella che poneva a confronto le condizioni economiche di Napoli prima e dopo l'Unità . Attraverso i suoi studi, Nitti giungeva alla paradossale conclusione che il sistema borbonico sembrava essere il più indicato per incrementare la ricchezza nel Mezzogiorno . Il prelievo fiscale non era gravoso ed il sistema di esazione molto semplice; il debito pubblico era 1/4 di quello del Piemonte, i beni demaniali ed ecclesiastici avevano un valore elevatissimo e la quantità di moneta circolante era pari al doppio di quella di tutti gli altri Stati della penisola messi insieme. In questo tipo di sistema, però, il credito veniva praticato soprattutto da usurai o da grandi proprietari, che prelevavano dagli istituti di credito denaro a basso tasso e lo concedevano ad altissimo interesse. Gli stessi istituti di credito si comportavano in maniera dualistica nella concessione di fidi : denaro a basso costo ai grandi pro­prietari e tassi alti ai contadini. Un sistema siffatto non agevolava l'agricoltura: i contadini (che molto spesso raccoglievano appena quel che bastava per la sussistenza) erano costretti, infatti, a pagare degli interessi tali da scoraggiarli nell'impegnare grosse somme nell'innovazione della lavorazione della terra. Le famiglie erano numerose, onde poter disporre di più braccia, l'innovazione non era praticabile per mancanza di fondi,la produzione restava relegata all'autoconsumo, ogni tentativo di ricorso al credito creava situazioni finanziarie disastrose. Gli influssi negativi di questi tipi di finanziamento furono in parte mitigati dall'azione, per certi versi incisi­ va, del Banco di Napoli, l'istituto di credito più importante del Sud. Il Banco che, fino all'unità d'Italia, non rivestiva i caratteri propri di una banca, con la riforma del 1864 assunse un assetto più specializzato e moderno. Con il nuovo statuto del 14 gennaio 1864, esso poteva emettere cartamoneta ed effettuare tutte quelle operazioni precipue di un Istituto di credito ordinario, come aperture di c/c, emissioni di fedi di credito, incasso valori, sconto effetti e così via . Il Banco potenziò la sua attività grazie anche alla istituzione della Cassa di Risparmio nel 1867; infatti, i depositi passarono da 1.824.544,32 lire del 1867 ai 4.203.103,35 lire del 1869 e i libretti di risparmio passarono da 5.710 del 1867, per una somma pari a 3.299.768 lire, a 8675 del 1872, per una somma di 11.142.933 lire . Il Banco, grazie anche alla Cassa, potè contrastare più efficacemente il fenomeno delle cosiddette "Banche usura" (Dette anche "Banche dello Sciulio", proprio a sottolinearne la pericolosità), nate grazie sull'esempio di un'iniziativa del Principe Ruffo­Scilla . Le "banche usura", legalmente istituite e che intorno al 1870 erano circa una novantina, raccoglievano depositi a fronte di interessi attivi che variavano dall'1,2,3 % al mese fino al 180% all'anno. Con questi rendimenti vi fu una forte incetta di capitali (solo a Napoli furono raccolti fino a 8 milioni in 36 giorni) che, di contro, corrispondevano ad un enorme esborso di interessi, i quali non fu possibile pagare. Fallimenti e crack si susseguirono velocemente, molti banchieri fuggirono e diverse aziende e società furono costrette al fallimento. Comunque, nonostante la sfiducia degli investitori il mercato bancario, dopo il 1870, con la nascita di altre istituzioni creditizie, come la Banca Napoletana,la Società di Assicurazioni Diverse, la Cassa Marittima e la Banca Agricola Ipotecaria, oltre ad un gran numero di banche minori , si ampliò notevolmente. Purtroppo, l'azione di queste banche da sola non bastò ad evitare che si perdessero, proprio per la mancanza di finanziamenti, anche nel periodo 1860 - 1880, le occasioni che poteva offrire l'apertura del mercato nazionale ed estero alle colture e alle produzioni più tipiche del Sud. La situazione fu aggravata ancor di più dal protezionismo seguito alla guerra commerciale con la Francia, solo in parte mitigato dall'azione del Banco di Napoli, che si adoperò per trovare nuovi sbocchi all'esportazione di prodotti ortofrutticoli, sovvenzionando anche una linea di navigazione commerciale Napoli-Palermo-Londra. Nel frattempo, crisi agraria e mancato decollo portavano all'emigrazione, con tutti i problemi che potevano derivarne. Agli inizi del XX secolo, ancora Nitti mise in evidenza come le due Italie, Nord e Sud, anziché unirsi si erano economicamente allontanate ancora di più e preparò il terreno per una legislazione a favore del Sud. I primi anni del secolo vedevano il Banco di Napoli impegnato, come maggior Istituto di credito del Meridione, nel risanamento della vacillante economia del Mezzogiorno, con la sua Cassa di Risparmio e con il credito fondiario e agrario. Lentamente, però, l'economia meridionale si andava integrando con quella italiana, come risaltò in maniera evidente negli anni della prima guerra mondiale, quando le forti spese per gli armamenti dettero nuovi impulsi a industrie dell'area napoletana, come l'Ilva, l'Armstrong, le Officine Meccaniche, la Bacini e Scali, rinsaldando i legami tra l'industria meridionale e la struttura capitalistica del paese . Con la fine della guerra si verificò una profonda trasformazione nel settore del credito, dovuta in larga misura al fallimento delle banche miste (banche direttamente interessate anche agli investimenti nel settore produttivo), al crollo della Banca di Sconto e alla grave crisi che colpì il Banco di Roma e la Banca Commerciale. Il solo Banco di Napoli si salvò dal naufragio, anche quando fu privato del diritto di emettere banconote (Il decreto del 6 maggio 1926 comportò l'unificazione di tutti gli istituti di emissione, ed il diritto di emettere banconote fu riservato esclusivamente alla Banca d'Italia) e si trasformò in Istituto di credito di diritto pubblico (Nel 1926 il Banco possedeva valuta aurea per 952 milioni, capitale mai posseduto da alcuna banca).
Con la crisi del 1929, il Banco creò la Banca Agricola Commerciale del Mezzogiorno, che assorbì un gran numero di banche minori travolte dal fallimento. La corsa al riarmo degli anni Trenta diede nuovo impulso all'eco­nomia del Mezzogiorno e lo stesso Banco partecipò ad un gran numero di finanziamenti all'industria ed al commercio, gene­rando grandi speranze nelle popolazioni meridionali, anche se poche furono quelle soddisfatte. Infatti, il 17 aprile del 1929 il Banco di Napoli creò un fondo di propulsione economica a favore delle piccole industrie, contribuendo, insieme al Banco di Sicilia, con la somma di 25.000.000; Il 3 giugno del 1938, il Regio decreto legge n. 883 sanciva la costituzione dell'Isveimer al fine di: "...assistere ed incrementare nelle province dell'Italia Meridionale continentale e della Sardegna le iniziative tendenti a mettere in valore le risorse economiche e le possibilità di lavoro locali, secondo le direttive della politica economica del Regime". La bonifica e l'intensificazione dell'agricoltura e la politica coloniale erano i mezzi che avrebbero dovuto, secondo il regime fascista, frenare l'emigrazione e costituire i pilastri dello sviluppo del Mezzogiorno.
Di fatto, però, tra il 1861 ed il 1936, la percentuale degli addetti all'industria nel Sud era diminuita dal 17,3 % al 10,4 %, mentre al Nord passava dal 14,1 % al 17 % e al Sud su 100 abitanti solo 2,6 erano addetti all'industria, contro gli 11,2 del Nord . Lo squilibrio tra Nord e Sud tendeva sempre più ad assumere le caratteristiche così sintetizzate da Alfred Weber: 
"Nell'economia liberale ... gli aggregati industriali, una volta sorti insieme all'attrezzatura civile connessavi, emanano forze di attrazione che trovano il loro riscontro in forze di repulsione da zone disagiate " Le difficoltà del settore industriale nel Sud crebbero durante la seconda guerra mondiale, in cui il Meridione fu campo di battaglia e di occupazione, con conseguenze devastanti per l'industria. La distruzione degli impianti industriali nel Mezzogiorno ammontava al 35 % contro il 12,4 del Setten­trione, mentre la sola carenza di energia elettrica provocò nel Sud perdite di reddito più che quadruple rispetto al Nord.
Per più anni la maggior parte degli stabilimenti industriali rimase inoperosa, venendo esclusa dai mercati interni ed esteri e perdendo, così, lauti guadagni. Nel Mezzogiorno la produzione del triennio 1944-1946 fu uguale a quella del 1938, mentre al Nord superò di molto quel livello Tra il 1950 ed il 1970, nel settore creditizio italiano,per effetto di fusioni ed incorporazioni, si è registrata una sensibile diminuzione del numero di aziende interessate al credito, con conseguente ampliamento della rete delle dipendenze delle aziende di credito in esercizio. Nello stesso tempo si è passati da 7.773 a 11.107 sportelli, elevando di un terzo il numero delle piazze dotate di servizi bancari. Le regioni del Mezzogiorno hanno beneficiato in misura maggiore dell'espan­sione territoriale del sistema bancario, incrementando gli sportelli da 1518 a 2487, con un aumento percentuale pari al 64%, circa il doppio del Nord (34%) e passando da 0,7 a 1,1 sportello per comune (Nel 1970, nel Sud isole comprese risultavano 2511 comuni). Evidentemente, il maggior incremento era dovuto alle peggiori condizioni di partenza. In realtà, ancora al 1970 il rapporto popolazione / sportelli vedeva al Sud 1 sportello ogni 7564 persone, contro 1 per ogni 4157 al Nord . Nel corso degli anni Settanta il Mezzogiorno faceva registrare tassi consistenti di crescita industriale. Nella prima metà del decennio si assiste ad una crescita degli investimenti esterni, crescita nettamente superiore alla media nazionale, e in uno con questi investimenti aumentavano sia gli investimenti fissi e lordi che l'occupazione. Nella seconda metà degli anni Settanta i finanziamenti esterni subivano,però, una diminuzione non compensata dalla crescita di imprese locali, la disoccupazione cresceva, l'aumento del prodotto interno lordo del Meridione restava inferiore alla media nazionale. Questa situazione perdurerà anche nel corso degli anni Ottanta. In effetti, l'ambiente meridionale rende difficile la crescita di un tessuto industriale innovativo, proprio per la mancanza di adeguati meccanismi di regolazione dell'economia e del mercato. 
E' noto che i processi innovativi necessitano di finanziamenti che non sempre sono alla portata dei singoli imprenditori, per cui quest'ultimi devono ricorrere al mercato del credito e quindi alle banche. E' proprio in questo settore che il Mezzogiorno ha mostrato tutti i suoi limiti; infatti uno dei giudizi più drastici sulle banche meridionali recita: 
"Il sistema bancario meridionale è ben lungi dallo svolgere il ruolo di eforo dell'economia di scambio secondo la visione che Schumpeter aveva del banchiere e del credito. In effetti, nel Mezzogiorno, ogni attività di innovazione realizzata da un piccolo imprenditore, o da un nuovo imprenditore, è considerata troppo rischiosa per essere adeguatamente finanziata da un sistema bancario fortemente avverso al rischio, che preferirà invece rivolgersi alle grandi imprese oligopolistiche del Nord e a quelle di più antica costituzione" (Marzano). Il resto è storia dei giorni nostri, la crisi del sistema bancario e le grandi fusioni che non hanno risparmiato il banco, fagocitato dall'IMI San Paolo.

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