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La chiesa di San Giorgio Maggiore, all'incrocio di via Duomo, pilastro della
città greco-romana, è un'antica basilica paleocristiana della città. Fu
fondata all'epoca del vescovo Severo tra il IV e il V secolo; l'unico resto
architettonico di quell'epoca è l'abside paleocristiana, ornata di colonne con
capitelli e pulvini , che fin dal Seicento fa da atrio e da ingresso alla
chiesa. Anteriormente al secolo IX nella basilica fu trasferito il corpo del
vescovo fondatore Severo, e da allora il culto di S. Severo venne associato a
quello di S. Giorgio, il santo titolare. Non si conosce molto della vita e
delle trasformazioni della chiesa durante il basso Medioevo e durante il Quattro
e il Cinquecento; di certo il suo ruolo nella zona fu oscurato dall'ampliamento
monumentale nel Duomo e dal sorgere nelle vicinanze di numerose altre chiese del
Due e del Trecento, come l'Annunziata, Sant'Agostino alla Zecca, Sant'Agrippino
a Forcella. Nel 1618 l'abate di san Giorgio Maggiore, con l'assenso di papa
Paolo V e del cardinale Decio Carafa, arcivescovo di Napoli, cedette la basilica
al venerabile Carlo Carafa e alla sua congregazione dei padri Pii Operari che
nel 1640, dato il già ovvio stato di abbandono della chiesa, decise di
demolirla in toto, salvando la sola parte dell'antica abside che oggi si vede.
Il progetto fu affidato a Cosimo Fanzago che la lasciò come atrio alla chiesa a
tre navate, con cupole in asse, da lui ideata. Nei primi tempi la costruzione
del nuovo edificio procedette spedita sotto la protezione del cardinale
Filomarino. A metà secolo, tuttavia, la rivolta di Masaniello e la peste del
1656 ne impedirono la prosecuzione. Nel 1702 le residue strutture gotiche furono
eliminate e a fine secolo furono completate la decorazione interna e
l'architettura della chiesa - come si vede nel nuovo coro dietro all'altare. A
fine l'operazione urbanistica di ampliamento di via Duomo costrinse
all'abbattimento della navata destra della chiesa; fu rifatto il fianco destro,
con l'ingresso laterale da via Duomo, furono ricostruiti gli stucchi e le
decorazioni interne, e si unì il corpo della chiesa barocca all'atrio, fino a
quel momento esterno, costituito dall'abside paleocristiana. La facciata
principale su piazza Mannesi fu ricostruita del tutto, e ornata di una Madonna
col bambino e di un San Giorgio. Al suo interno domina ancora l'impianto
fanzaghiano pur rivelando una stratificazione di diversi stili. Simbolo
della Napoli altomedioevale è l'abside paleocristiana della chiesa un tempo
ornata di mosaici raffiguranti Cristo, gli Apostoli e i Profeti. Sui due primi
altari, nella navata principale, si trovano due immense tele di Francesco Peresi
che rappresentano la Conversione di Disma e l'Arcangelo Raffaele con Tobiolo,
del 1713; essi sono la fusione tra la formazione barocca genovese del Peresi e
il rococò napoletano del periodo dei vicerè austriaci. Più avanti, nella
seconda campata a sinistra, di fronte all'ingresso laterale, è l'altare della
Madonna della Potenza, un dipinto su tavola di origine trecentesca. Nella
cappella seguente due statue fiancheggiano un'importante trittico ad affresco
del giovane Francesco Solimena raffigurante i Santi Antonio da Padova e Nicola
di Bari con al centro un Calvario su cui spicca inchiodato un Crocifisso ligneo
da alcuni attribuito allo scultore napoletano Nicola Fumo. Di fronte c'è un
altare su cui è conservata una tela del tardo-manierista fiorentini
Giovanni Balducci, raffigurante la Madonna col bambino in gloria e i Santi
Giorgio e Severo, datata 1629 ed interessante per la veduta del porto di Napoli
e di Castel Nuovo di Napoli presente sullo sfondo. Tra esso e l'ingresso
laterale vi è la sedia di S. Severo, un sedile marmoreo che si dice usato dal
santo vescovo fondatore della chiesa, ma che in realtà è il risultato di un
assemblaggio di lastre antiche di diversi periodi. Di fronte ad esso c'è un
pulpito che conserva sculture e rilievi dell'inizio del Cinquecento attribuibili
allo scultore napoletano Giovanni da Nola. Esso, in marmo, è opera di Camillo
Lionti, del 1786. Scavato nel corpo dell'altare, vi è il vano che ospita la
sepoltura di San Severo, vescovo di Napoli dal 363 al 409, quindi patrono della
città. La tomba di San Severo è ricavata all'interno di un antico rocchio di
colonna svuotato, chiuso da un coperchio a spioventi che sembra risalire al Due
o al Trecento; un recente sondaggio sulle reliquie (1992) ha permesso la
scoperta di un tessuto medievale nel quale il corpo era stato avvolto, forse a
cura dell'arcivescovo d'Ormont (1302-1320). Stupenda è la parte del coro
retrostante dove due tele rappresentano rispettivamente due miracoli, di San
Severo e di San Giorgio; rimuovendo quella raffigurante San Giorgio, un recente
restauro ha scoperto un'altra tela dal medesimo soggetto, esempio del
naturalismo napoletano della metà del Seicento, attribuita ad Aniello Falcone,
autore meridionale di note battaglie. La Sacrestia, cui si accede dalla
navatella sinistra della chiesa, contiene dipinti del Cinque e del Seicento, ma
anche un Crocifisso ligneo di origine romanico-bizantina.
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