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Pulcinella > Il Pulcinella di Giulio Baffi |
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...Nel silenzio di una sala affollata e commossa il vecchio attore veniva avanti,al palcoscenico.
Si levava la maschera nera dal volto e l'incarnato sembrava scavato nel contorno bianco del trucco. Pallido, emozionato,ma con voce sicura e con gesto deciso,il vecchio attore porgeva allora la maschera all'attore più giovane, cresciuto pazientemente alla sua ombra. D'ora in avanti il Pulcinella sarebbe stato lui... Era un momento solenne del teatro di un tempo, una sorta di "incoronazione", la investitura somma che chiudeva una vita trascorsa sulle tavole di palcoscenici ricchi e poveri per aprire un nuovo percorso già tracciato dai primi affidabili successi. Col passaggio della maschera da un attore vecchio e sapiente ad uno giovane e inesperto, ma certamente promettente, tanto da poter ricevere il "segno" agognato, si perpetuava la vita di una delle maschere popolari del teatro italiano: quella di Pulcinella. "E' morto il re, viva il re", e anche in questo favoloso regno dello spettacolo dopo un pulcinella ne veniva un altro, idolatrato e applaudito quello di prima, idolatrato e applaudito il nuovo. Era la maschera o era l'attore ad essere amato? Pulcinella, una maschera nera, lucida, demoniaca, con un grande naso gibboso, un porro sul lato sinistro della fronte, sopra l'occhio, gli zigomi pronunciati. Maschera antichissima che si è andata modificando nel tempo assumendo significati e valenze differenti, raccogliendo eredità copiosissime di inventiva popolare e coltissimi spunti letterari. Benedetto Croce, cercando di delineare i confini del carattere della maschera di Pulcinella scriveva in un suo saggio:"Pulcinella non designa un determinato personaggio artistico ma una collezione di personaggi,legati tra loro soltanto da un nome, da una mezza maschera nera, da un camiciotto bianco, da un berretto a punta". "Pulcinella è la maschera per eccellenza del mondo popolare campano - scrive oggi Roberto De Simone, che su Pulcinella ha speso anni di studio e di ricerche, una maschera che si riferisce innanzitutto all'espressione della morte. Valenza di morte, ha l'abito bianco, confezionato con le lenzuola, un camicione completato dal coppolone o cappello a punta, pure di stoffa bianca; valenza di morte ha la maschera che copre il volto. Una maschera nera che si può ribaltare in una coloritura bianca del volto ottenuta con farina o gesso, e che rende ancor più spettrale la maschera". Una maschera di morte che viene da tempi lontani, anche questo ce lo hanno ribadito gli studiosi, ed in particolare Roberto De Simone nel suo "Carnevale si chiamava Vicienzo", che vive in un gioco di ambiguità però proprio del fare teatro, dello spettacolo che muta la realtà e la sovverte. Il nero che maschera il volto e lo tinge di scuro è il segno della morte ma è anche il segno che esorcizza la morte e vi si contrappone. Ma quando Pulcinella incominciò ad avere questi suoi "segni" tanto precisi, quando i suoi connotati si fissarono in quelli di una maschera inconfondibile e famosissima, nella più comica delle maschera? Le tracce sono lontane, certamente la serie delle incisioni di Jaques Callot, riunite sotto il nome di Balli di Sfessania, ci mostra il primo Pulcinella iconograficamente identificabile. Un "Pulcinella" datato 1662, mentre nel 1628 Pier Maria Cecchini, comico ferrarese, scriveva che "inventore di questa stragoffissima parte fu il Capitano Mattamoros... Questo per far credere che anche la semplicità abbia loco di albergare fra Napoletani, trovò modo di introdurla...". In verità troviamo già molti anni prima, in una immagine della seconda metà del cinquecento,un dipinto di Ludovico Carracci, la scritta: "Vera effige di Paolucci della Cerra detto comunemente Pulcinella". E così qual che fosse la sua vera origine, quali che fossero i primi ad indossarla e a portarla a trionfare sui palcoscenici del napoletano, la maschera di Pulcinella crebbe, si diffuse, divenne regina dei palcoscenici, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Spagna, e fu Pulcinella, Poliichenelle, Pollinzenelle, Punch, Pulchinello, ma il suo volto animalesco fu sempre il medesimo, dopo che il naso di lupo divenne il gran nasone plebeo che tutti conosciamo bene. La maschera che gli attori si calcarono sul viso non fu però sempre nera. In principio fu chiara, poi andò scurendosi fino a diventare bruna, color terra, e poi man mano sempre più scura, fino a diventare, verso gli inizi del Settecento, la maschera di color nero che ancor oggi vediamo e che somma in se tutti i significati che conosciamo. La maschera nera dunque, e il corpo sformato da varie deformità, la gobba che porta fortuna e il ventre gonfio, che rendevano l'aspetto più comico e consentivano i lazzi e i giochi più incredibili e saporosi. E poi la scopa, o il corno, o la tromba, stretti in pugno, simboli beneaguranti contro le jettature di cui il popolo, specialmente napoletano, da sempre si fregia, ma che sono soprattutto simboli fallici. Così si presentava l'attore che dava vita alla maschera di Pulcinella, sui palcoscenici o nella strada, per improvvisate manifestazione di felice ironia. Furono grandi attori, amatissimi, Silvio Fiorillo, nel ricordo più lontano, quello che portò Pulcinella verso il nord e verso paesi stranieri, e Ciccio Baldi, Andrea Calcese, Mattia Barra, Gaspare De Cenzo, e via avanti negli anni, a colmare almeno tre secoli di Pulcinella sempre più o meno identici, maschera "fissa" solo lievemente adattata alle esigenze di ciascun interprete, fino al grande lavoro di Antonio Petito. Era la metà dell'ottocento e Petito modificò l'aspetto di Pulcinella. Soffriva di reumatismi e si vide costretto ad indossare, sotto il camicione bianco un maglia di lana rossa, indumento che diventerà parte inscindibile del costume di Pulcinella. Poi Petito si spinse ancora più avanti, vestì Pulcinella della giubba militare, della marsina, addirittura di abiti femminili... La maschera si allontanava rapidamente dai primi geniali canovacci, passava sul volto di altri interpreti a quelle grandi sensibilità di attore. |
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