Pulcinella > Salvatore De Muto

 


De Muto al San Ferdinando

L'ultimo, grande Pulcinella napoletano, fu un mancato medico chirurgo, figlio del direttore dell'ospedale degli Incurabili: il suo nome era Salvatore De Muto. Salvatore De Muto nacque a Napoli il 9 dicembre 1876. La sua famiglia, com'era logico aspettarsi, avrebbe voluto avviarlo ad una luminosa carriera medica. E visto il tipo d'uomo, c'era da aspettarsi veramente grandi cose nel campo della medicina. Ma la passione per il mondo del teatro e le cose di teatro, comune solo ai più grandi artisti, fu più forte del richiamo del bisturi e dello stetoscopio, il sacro fuoco dell'arte divampò nel cuore del piccolo Salvatore che, dopo aspri contrasti con il genitore, il quale non condivideva assolutamente le aspirazioni del giovane figliolo, decise di abbandonare la dimora paterna per tuffarsi a capofitto nel magico mondo del teatro. La nera e lucida maschera di cuoio del figlio di Tolla Pantola e Giancocozza Cetrulo aveva affascinato ed irretito il piccolo Salvatore che, in lei, riscontrava tutta l'immagine del popolo che tanto amava e di cui orgogliosamente si sentiva figlio Iniziò così il lungo calvario dell'ultimo Pulcinella, fame e mortificazioni furono i suoi fidi compagni di viaggio. Gli inizi, come da copione, non furono molto incoraggianti e più di una volta il piccolo Salvatore fu messo alla porta dai vari impresari a cui si rivolgeva per essere scritturato. Un giorno, al Teatro del popolo sito a porta San Gennaro, Salvatore De Muto si presentò a Salvatore Mancinelli altro Pulcinella di quei tempi, chiedendogli di poter lavorare con lui, anche in qualche particina. Ne riceve in cambio una di quelle risposte che avrebbero gelato il sangue nelle vene a qualsiasi aspirante attore. Una risposta che però non ebbe su Salvatore quest'effetto, anzi lo spronò ancora di più: Mancinelli gli ave va risposto: «Miettete a fa 'o muzzunaro ! ammece e recità» La forte volonta tale da rasentare la caparbietà e soprattutto una grande, smisurata fiducia nei propri mezzi furono i fattori che caratterizzarono in modo straordinario la vita di De Muto e che lo portarono appena tredicenne a vestire il candido camice dell' Aversano nel teatro dei pupi a Montesanto. Il piccolo Salvatore aveva appena tredici anni e già dimostrava una gran familiarità con la candida veste di Pulcinella. "Salvaturiello", come veniva affettuosamente chiamato, aveva una personalissima e valida visione panoramica di quel che era l'intima essenza della recitazione pulcinellesca; una recitazione fatta di tanta inventiva e intelligenza scenica, nella quale l'elemento umano prende il sopravvento sui canoni predeterminati e dove il tutto ruota intorno all'uomo e che, conseguenzialmente, in chiave scritta non trova riscontro. Ma se riesce quasi impossibile andare a ritroso nel tempo, fino a stabilire quando e dove nacque effettivamente la maschera di Pulcinella, risulta abbastanza facile determinare da quale fonte sgorghi la sua comicità. I suoi biglietti da visita erano rappresentati dall'eterna condizione di affamato e di indigente. Erano queste le componenti principali che davano vita ad un'interminabile serie di lazzi e comiche situazioni ed era proprio in quest'universo di emozioni che la stella "De Muto" splendeva alta. Negli anni a seguire lavorò moltissimo al teatro Rossini, con l'allora impresario Salvatore Golia, e fu in questo teatro che si formò e si affermò come Pulcinella, anche se il vero battesimo lo ebbe nel 1908 quando fu chiamato da Don Angelo Mazzola, impresario del Politeama. Questi aveva il problema di sostituire il bravo Pulcinella e non sapendo a chi rivolgersi, chiese consiglio a Don Mimì Balducci, il direttore, il quale gli propose di scritturare il Pulcinella che agiva dallo "Scassacarrozze" a San Giovanni a Teduccio. Solo lui poteva sostituire il compianto Pasquale Balzano. In quella stupenda sera del debutto De Muto rappresentò la commedia "Pulcinella che a poco a poco se fa ommo" , scritta da Antonio Guarino. Il pubblico lo applaudì con entusiasmo fino al punto di provocargli il pianto. In quella stessa serata De Muto superò se stesso. Accadde quando la brava Linda Saffo, finito di cantare, si apprestava ad esibirsi ne' " 'O Passo inglese "; il pubblico però voleva Pulcinella e lo chiamava a gran voce; Domenico Balducci, afferrato De Muto per un braccio, lo spinse in scena dicendo: Iesce, fatte onore. Abballa 'o passo inglese ca tu 'o ssaje fà. Fu proprio così che quella prima uscita sulle tavole del Politeama si trasformò per don Salvatore in un'apoteosi, un successo che ripagava il giovanotto di tanti anni di sacrifici, privazioni e sofferenze. Con alterne fortune e con molta abnegazione, arrivò nel 1913, alla giovane età di 27 anni, al teatro Partenope dove il bravissimo ed acclamatissimo Giuseppe De Martino gli diede l'investitura ufficiale di Pulci nella che il Nostro degnamente onorò per più di quarant'anni. La sua scrittura al teatro Partenope coincise con un funesto evento: la morte di Enrico Petito, altro bravissimo Pulcinella. Forse non sarà rimasto più nessuno in grado di ricordare le dispute verbali tra le opposte fazioni di quel tempo. Da una parte erano schierati i petitiani e dall'altra i demartiniani. I sostenitori di Petito cantavano: 'A morte 'e De Martino Bre, brebiti, bre Zighelle... Zighelle Bre, brebiti, bre Mentre i " fans " di De Martino rispondevano: Enrico Petito co 'a pippa mmocca ! Capa 'e pippa 'accavallo 'o puorco 'A Follia, avite voglia 'e ridere L'infausto destino, che sembra abbia accompagnato la vita di tanti "Pulcinella", non riconobbe ad Enrico Petito neanche l'onore della chiusura per lutto del "Partenope", l'impresario non ne avvertiva la necessità. Quella sera stessa Salvatore De Muto ne prese il posto. In tutta la sua lunga vita artistica Salvatore De Muto calcò i palcoscenici dei più bei teatri italiani e non v'era rappresentazione che non riscuotesse consensi e simpatie da parte di un pubblico, che sempre più numeroso, accorreva ad ogni suo spettacolo per ammirare il Pulcinella gioioso e spensierato, scaltro e beffardo, sfortunato ma felice che prendeva vita da don Salvatore. Come compagni d'arte, oltre al bravissimo ex Pulcinella Giuseppe De Martino, ebbe Pasquale Forni, il famosissimo e superlativo Tartaglia Giuseppe Pica ed il bravo Guerrera. Al teatro San Ferdinando Salvatore De Muto rappresentò bellissime commedie di Pulcinella, tra le quali : La dama bianca, Le 99 disgrazie di Pulcinella, 'Nu diavolo 'nguacchiato, La fucilazione di Pulcinella e la famosissima Palummella zompa e vola. Chi era, che cos'era Pulcinella ? Servo bistrattato con la schiena piegata sotto il battere della frusta padronale o il furbo servitore dall'aspetto pseudo sempliciotto ? Era il popolano imbastardito dalla influenza delle molteplici dominazioni oppure era l'ozioso e malizioso plebeo che riduce tutta la sua vita ad una buona e abbondante mangiata ? Niente di tutto ciò. Pulcinella era Napoli, le sue passioni, i suoi amori, le sue debolezze, la sua gioia, la sua amarezza, i suoi pregi ed i suoi difetti. Si, Pulcinella andava interpretato proprio così, senza mezzi termini,n compromessi dialettali, andava sviscerato da tutti i punti di vista, da tutte le angolature; vestire i panni di Pulcinella significava spirito di sacrificio e dedizione completa al culto della maschera Oramai sessantenne De Muto, con la moglie Rosa, coinvolto dal dilagare incessante della seconda guerra mondiale, portò la nera maschera ed il candido camice di Pulcinella su tutti i campi di battaglia, nell'intento di allietare le sofferenze di quanti, ben più giovani di lui, imbracciavano il fucile per difendere la patria. Le rappresentazioni del De Muto riuscivano, nel breve arco di tempo di poche ore, a far dimenticare a quei poveri soldati le brutture e gli orrori di una guerra sconsiderata e spietatamente devastatrice. Il successo, la popolarità, l'arte di De Muto sopravvissero agli orrori dell'ultima guerra. Cessato il fragore degli eventi bellici De Muto riprese il suo peregrinare artistico. Egli calcò ancora una volta e gloriosamente le 


Con Rosa e il Tartaglia Esposito

tavole dei maggiori teatri italiani, ma i suoi guadagni non s'incrementarono in proporzione ai suoi trionfi e la miseria, quella tristemente comune a tanti attori di quel tempo, non lo risparmiò. Indigenza e stenti accompagnarono De Muto nella sua tarda età; fu dimenticato da tutti, amici, colleghi, impresari. Era divenuto, nelle menti dei suoi vecchi stimatori, un ricordo obsoleto. Viveva solo e malato con la sua vecchia e dolce consorte, "donna Rosa" e tra i suoi tanti cimeli a testimonianza imperitura di un passato glorioso e irriconoscente, fatto di successi e soddisfazione, ma anche di tanti, tantissimi sacrifici. L'ultimo Pulcinella viveva in uno squallido appartamentino di due piccole stanze in uno dei tantissimi edifici fatiscenti a ridosso del popoloso corso Garibaldi a via Giacinto Albino n. 4, al quarto piano. La sua vecchiaia fu alleviata in parte, solo grazie ad un vitalizio concessogli benevolmente dalla SIAE, perché il De Muto non aveva versato abbastanza contributi perché gli spettasse di diritto; e quando si ammalò gravemente, il quotidiano napoletano il " Roma " , organizzò una gigantesca colletta e raccolse, enorme somma in quel tempo, all'incirca un milione di lire. Fu in quel modo che i napoletani vollero testimoniare a Salvatore De Muto tutto il loro affetto, tutto quell'affetto che il Pulcinella aveva saputo conquistarsi in cinquant'anni di teatro. Una volta ristabilitosi, volle ringraziare il popolo napoletano e lo fece dalle tavole del teatro Politeama in una serata,rimasta per quanti vi parteciparono, memorabile. Rappresentò: "'O munaciello dint'a casa 'e Pulecenella"Quella sera il teatro Politeama fu testimone di scene di delirante entusiasmo e di un numerosissimo pubblico che a gran voce invocava il suo nome. "Viva don Salvatore", "viva De Muto", "viva Pulcinella"; le mura del Politeama, conservano ancora, gelose, l'eco di quel fenomeno di personaggio, di quel fenomeno che, alla veneranda età di settantaquattro anni ancora sfoggiava, nonostante gli acciacchi, quell'agilità e quella prontezza di riflessi, che avrebbero fatto sicuramente impallidire quegli attori i quali, forti della propria gioventù, ostentavano doti atletiche ed acrobatiche. Il 27 ottobre del 1950 fece un'altra breve ma altrettanto trionfale apparizione al teatro Politeama, recitando con la moglie Rosa, Eduardo Guerrera e il bravo De Martino in "Le scarpe di Claretta". L'addio definitivo alle scene, però, lo diede la sera del 22 gennaio del 1954, al teatro San Ferdinando. Eduardo De Filippo aveva pensato, per la inaugurazione del " suo " teatro, alla celeberrima opera di Salvatore Petito " Palummella zompa e vola " e, come era sua abitudine nel montare nuovi lavori, cercò anche per questo il meglio, sia a livello artistico che recitativo e pose molta cura anche nella ricerca della giusta chiave di lettura del testo. Palummella... cosa c'era di meglio che andare a trovarla fino a casa ? Salì le scale dell'angusto palazzetto e bussò alla porta di De Muto; aprì proprio don Salvatore che, con grande sorpresa e gioia introdusse il "commendatore" Eduardo. Palummella era lì, accanto al Pulcinella , commossa, agitata, emozionata, preparò del buon caffè come lei sapeva fare e poi sedette a tavola con i due uomini. Che rammarico non potere aver ascoltato quel che i due più grossi uomini del teatro napoletano si sono detti. Quali domande Eduardo pose a Salvatore De Muto ? Quali furono i consigli che il Pulcinella diede a Eduardo ? In quel piccolo appartamentino, due stanze e cucina, siedevano il passato ed il presente del teatro napoletano: De Muto, l'ultima vera, grande espressione di un teatro che per oltre quattro secoli, attraverso i suoi Coviello, Mattamoros, Pulcinella e Sciosciammocca, aveva deliziato generazioni e generazioni di napoletani; Eduardo De Filippo, l'alfiere di un nuovo tipo di teatro, di un teatro fatto di cose vere, di esperienze personali e di tanta, tanta arte che, nel momento più importante della sua carriera di attore, si rivolge al vecchio maestro per riceverne consigli e collaborazione. Il carattere forte e caparbio di Eduardo, fece si che De Muto fosse presente anche alle prove, per meglio orchestrare il tutto ed, in modo particolare, la recitazione del Pulcinella . Ebbene, quella magica serata del 22 gennaio, a testimonianza dell'immortalità del teatro, il magico miracolo si compì ancora; dalle mani di Salvatore De Muto, la nera, lucida, viva maschera di Pulcinella, passava nelle mani di Eduardo De Filippo, a testimoniare un virtuale passaggio di consegne. Salvatore De Muto, l'ultimo Pulcinella accompagnava quel suo commovente gesto, con una frase pronunciata con un filo di voce tremula e rotta dall'emozione, abbracciando stretto Eduardo : Pe' ciente anne, Eduà ! Un lungo, delirante applauso, immortalò quel momento scolpendo a caratteri d'oro nella storia del teatro napoletano quel virtuale passaggio di consegne, a testimoniare la continuazione di una tradizione che si perdeva nella notte dei tempi. Da quel giorno in poi, la vita di Salvatore De Muto fu tutta un buio; ritornò nell'oblio insieme alla consorte Rosa ed i suoi preziosi cimeli, dimenticato dagli amici, anche da quelli più intimi. Tutto il loro affetto, ed era tanto, lo riversarono su "Gemma". Era questa una piccola cagnetta bianca, allevata con tanto amore da don Salvatore ed era l'unica gioia di casa De Muto, era lei che riempiva di sole quel buio appartamentino di due stanze, fino a farla da padrona e, quando era ora di pranzo, sedeva a tavola con i suoi padroni ed insieme a loro consumava il frugale pasto. Se storiografi di gran fama e talento non sono mai riusciti a stabilire con esattezza quale fu l'effettivo anno di nascita del la maschera di Pulcinella, nessuno in alcun modo potrà confutarne l'esatta data di morte. A dispetto di quanto affermava Charles Nodier, il figlio di Giancocozza Cetrulo o di Marco Sfila o di Tammero e Catammero, esalò l'ultimo respiro il 9 Marzo del 1970 alle ore 19,10, in via Giacinto Albini, numero 4. Salvatore De Muto aveva 94 anni. 

 

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