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Il teatro "La Cantina", eh... tutto un programma, quindi se permettete vorrei esimermi e far parlare al mio posto il medico londinese, Samuel
Sharp, venuto in visita nella nostra
città e che ha annotato, meticolosamente, tutte le impressioni che ne
ha ricevuto. Tornato in Inghilterra questi appunti sono stati tramutati in un libro intitolato:
Lettere dall'Italia.
Tra le sue tante tappe, v'é da notare una visita alla Cantina
del Tomeo e l'impressione che ne ha ricevuto non é stata delle più
consolanti, ecco infatti come egli descrive La Cantina:
«Il teatro é poco più grande di una cantina, anzi é
proprio conosciuto, e molto, sotto questo nome, poi che per
abito così é chiamato: La Cantina.
Scendete dal livello della strada, dieci scalini e siete in
platea. Questa può contenere da settanta a ottanta persone
quando é affollata, e ciascuna paga un carlino d'entrata.
Corre attorno alla platea una galleria divisa in dieci o
dodici palchi, ognuno capace di quattro persone, che vi possono
star comodamente.
...E' facile immaginare, dopo questo, quali possano essere le
scene, il vestiario, gli attori e le decorazioni.
Quel che non si immagina alla prima é la volgarità del pubblico composto, per la maggior parte, d'uomini da' sudici
berretti e in maniche di camicia. Essi occupano la platea, da che i palchetti, per lo
più, son vuoti. Tutti i signori e le signore italiani sono indelicatissimi:
Hanno il mal vezzo di sputare da per tutto senza mai servirsi
d'una pezzuola o cercare qualche cantuccio per quella bisogna.
Ma nella Cantina la loro scortesia é offensiva all'ultimo
segno, non pure perché sputano in giro attorno ad essi,
quanto perché lo fanno anche su qualsiasi parte del muro,
per modo ch'é impossibile non insudiciarsi gli abiti nel
passare.Ed io credo di non ingannarmi attribuendo a questo curioso
vizio di secrezione la estrema magrezza de' napoletani».
La descrizione continua ancora, ricca di citazioni ed episodi.
Non si può certo dire che la Cantina fosse un locale signorile, al contrario era un teatro in cui certe scene, come quelle riccamente descritte da
Sharp, erano rappresentazione ed espressione di vita quotidiana, date le abitudini poco ortodosse della plebe napoletana, a tutto discapito dello spirito di sacrificio degli attori e degli impresari.
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